Il Teppista in divisa

Secondo l’accusa, gli imputati, “agendo con abuso di potere e violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione”, hanno causato a Stefano Gugliotta “lesioni volontarie gravi alla mandibola” e “lesioni gravissime al viso per uno sfregio permanente”

Per aver pestato un ragazzo di 26 anni, Stefano Gugliotta, alla fine della partita di Coppa Italia tra Roma e Inter la sera del 5 maggio 2010, nove agenti di polizia, tutti appartenenti al Reparto Mobile, dovranno comparire come imputati in tribunale.Il gup Valerio Savio, accogliendo le richieste del pm Francesco Polino, ha, infatti, disposto il rinvio a giudizio dei poliziotti. Secondo l’accusa, gli imputati, “agendo con abuso di potere e violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione”, hanno causato a Stefano Gugliotta “lesioni volontarie gravi alla mandibola” e “lesioni gravissime al viso per uno sfregio permanente”.

Il processo prenderà il via il prossimo 5 giugno davanti ai giudici della decima sezione penale.

Secondo la ricostruzione della procura, Gugliotta, dopo aver visto a casa la partita, fu bloccato da un agente mentre si trovava in motorino con un amico in viale del Pinturicchio, abbastanza lontano dallo stadio Olimpico, teatro di scontri tra tifosi e forze dell’ordine. Il ragazzo fu prima colpito da un pugno sferrato da un agente e poi malmenato a calci e manganellate dagli altri otto che lo arrestarono, senza che ne ricorressero le condizioni, con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale.

L’indagine ha chiamato in causa Leonardo Mascia (il primo agente – per il pm – che avrebbe cominciato l’aggressione dopo avere intimato l’alt al motorino guidato da Gugliotta) e i colleghi Guido Faggiani, Andrea Serrao, Roberto Marinelli, Andrea Cramerotti, Fabrizio Cola, Leonardo Vinelli, Rossano Bagialemani, Michele Costanzo (che avrebbero proseguito l’azione violenta davanti e all’interno di un blindato).

Agli atti dell’indagine figurano i risultati della consulenza medico legale che ha accertato la natura delle lesioni riportate dalla vittima dell’aggressione, le dichiarazioni rese da numerosi testimoni oltre a un paio di filmati girati dai residenti della zona. Dopo l’arresto, Gugliotta, assistito dall’avvocato Cesare Piraino, rimase in carcere una settimana per poi ottenere la libertà perché il gip Aldo Morgigni ravvisò la mancanza di esigenze cautelari. La procura ha già chiesto l’archiviazione della sua posizione non ritenendo sussistente il reato di resistenza a pubblico ufficiale.

http://video.repubblica.it/edizione/roma/scambiato-per-ultra-pestato-dalla-polizia/46794/46453

Bruxelles: pompieri contro poliziotti. Scoppia la rissa.

Singolare scontro a Bruxelles. Non polizia VS manifestanti, come spesso capita. Ma pompieri VS polizia. I vigili del fuoco di Bruxelles erano scesi in piazza per manifestare contro la proposta del governo belga di alzare l’età di pensionamento da 58 a 67 anni. La manifestazione davanti agli uffici del primo ministro è sfociata in uno scontro con la Polizia. I pompieri hanno annaffiato i poliziotti con gli idranti.

Storie di ordinaria repressione

Milano, colluttazione con un agente di polizia, tifoso del Genoa ricoverato in rianimazione. E’ grave

Un tifoso del Genoa si trova ricoverato al Policlinico di Milano in rianimazione dopo uno scontro con un agente di Polizia. La colluttazione è avvenuta, prima dell’inizio della gara di coppa Italia tra Inter e Genoa.
Il tifoso Massimo Moro, di 38 anni, è ricoverato in gravi condizioni e in prognosi riservata nel reparto di Rianimazione del Policlinico di Milano, dove è stato trasportato dal 118 in codice rosso.
Massimo Moro è piantonato dagli agenti in stato di fermo: secondo la ricostruzione fornita dalla questura, intorno alle 20.15, quasi un’ora prima del fischio di inizio del match, Moro sarebbe stato fermato e trattenuto al varco 9 dello stadio Meazza, durante l’afflusso degli spettatori agli ingressi, perché ubriaco. Dopo avergli impedito l’ingresso, le forze dell’ordine lo avrebbero portato in un vicino posto di polizia per un controllo, ma il tifoso genoano (sempre secondo la questura) avrebbe dato in escandescenze, cercando di aggredire un agente. Un collega è intervenuto per cercare di bloccare Moro, e durante la colluttazione entrambi sarebbero caduti a terra: ad avere la peggio sarebbe stato il tifoso, che avrebbe battuto la testa, riportando un trauma cranico.
All’ospedale, però, sarebbe un’altra, la versione che i medici avrebbero fornito al cognato dell’uomo, che era allo stadio con Moro e altri due amici, giunti tutti al Policlinico intorno alle 2.30 di questa notte: secondo quanto riportato dal familiare, il prodotto usato per sedare Moro gli avrebbe provocato una reazione allergica; inoltre, l’uomo avrebbe ingoiato il suo stesso vomito, finito poi nei polmoni. Il tifoso non è cosciente ed è intubato, ma i sanitari hanno assicurato che «non è in pericolo di vita».
Poco dopo l’una, prima che arrivasse il cognato di Moro, si era presentata al Policlinico una delegazione di una quindicina di tifosi del Genoa e del Napoli, storicamente gemellati, tutti dubbiosi sulla ricostruzione fornita dalla questura e convinti che Moro sia stato vittima di un pestaggio. Gli stessi amici che erano in compagnia del tifoso ricoverato non hanno nascosto le proprie perplessità: «Era con noi – hanno raccontato – e forse ha reagito male. Gli agenti lo hanno portato via di peso, strattonato, ma nulla faceva pensare che la situazione degenerasse. Infatti noi siamo entrati comunque dentro lo stadio e abbiamo seguito tranquillamente la partita. In mattinata cercheremo di capire cosa è successo e magari chiameremo un avvocato. Soprattutto vogliamo sapere se ha lesioni interne».

Detenuto muore, aveva denunciato pestaggio. Il garante: “Non sia un altro caso Cucchi”

“Ha denunciato, al Pronto Soccorso di un ospedale di Roma, di essere stato pestato dagli agenti della Polfer che lo avevano arrestato. Tre giorni dopo il fermo, è morto, per cause da accertare, in un letto del reparto per detenuti dell’ospedale ‘Belcolle’ di Viterbo”.

Il “nuovo caso di morte sospetta nelle carceri” è stato denunciato in una nota dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni che afferma: “Invito la magistratura a fare al più presto chiarezza sulle circostanze che hanno portato a questo decesso, anche per sgomberare al più presto ogni nube e per evitare l’atroce sensazione di trovarsi davanti a un nuovo caso Cucchi’”.

“La vittima – prosegue la nota del Garante – si chiama Cristian De Cupis, romano di 36 anni, residente nel quartiere Garbatella. Secondo le informazioni in possesso del Garante l’uomo – affetto da diverse problematiche di carattere sanitario – viene arrestato il 9 novembre alla Stazione Termini per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Condotto al Pronto Soccorso del Santo Spirito l’uomo, che aveva delle escoriazioni alla fronte, avrebbe riferito ai medici di essere stato percosso dagli agenti che lo hanno arrestato e, per questo, avrebbe anche sporto denuncia. Il 10 novembre, De Cupis viene trasferito – in ambulanza e scortato dalla polizia – nella struttura protetta dell’ospedale ‘Belcolle’ di Viterbo dove viene sottoposto a tutti gli esami di rito, compresa una Tac”.
“Il giorno seguente sarebbe stato anche convalidato l’arresto e disposti gli arresti domiciliari non appena finito il ricovero. La mattina del 12 novembre, però, De Cupis muore. I familiari sarebbero stati avvertiti dell’arresto solo dopo l’avvenuto decesso. A chi lo ha incontrato nei giorni del ricovero l’uomo era parso a tratti agitato e a tratti lucido, comunque non in condizioni che potessero far immaginare una morte repentina. A conferma di ciò, la circostanza che l’uomo, solo due giorni prima dell’arresto, si era rivolto ad una struttura di orientamento per detenuti per cercare un lavoro. La salma è stata posta a disposizione dell’autorità giudiziaria e questa mattina si è svolta l’autopsia”.

“Attendiamo l’esito degli esami autoptici per capire cosa è successo – ha aggiunto Marroni – ma, comunque ho deciso di inviare una nota al ministero della Giustizia e a quello dell’Interno sollecitando le verifiche del caso.
Questa vicenda presenta dei lati non ancora chiariti, che necessitano di un approfondimento e, soprattutto, di chiarezza. Quella chiarezza che meritano i famigliari di quest’uomo e le centinaia di operatori della sicurezza che svolgono con correttezza e abnegazione il proprio lavoro”.

fonte: La Repubblica

Giuseppe Uva, un’altra Vittima di Stato

Fonte: http://www.beppegrillo.it

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L’ennesima morte in carcere di un ragazzo. L’ennesimo Stefano Cucchi. Questa volta, per Giuseppe Uva di Varese, non c’è neppure la consueta giustificazione: “Era un tossico, uno spacciatore, se l’è cercata“. Giuseppe non era né uno, né l’altro, era ubriaco, è morto per una bravata. Questa strage deve finire. 1531 morti in dieci anni solo in carcere, senza contare gli altri casi: Federico Aldrovandi è morto in strada, Riccardo Rasman in casa sua. Muoiono i poveri diavoli, gli incensurati, i ragazzi, gli invisibili. Entro l’anno sarà attiva l’associazione: “Vittime di Stato” per aiutare le famiglie colpite.

Intervista alle sorelle di Giuseppe Uva e all’amico Alberto Bigiogero

Lucia Uva: “Sono con mia sorella Uva Carmela e con un amico di Giuseppe Uva – Alberto Bigiogero – e sono qui a raccontare questa storia, una storia brutta, perché è finita malamente: mio fratello il 14 giugno del 2008 alle 3: 00 di notte è stato fermato per la strada insieme al suo amico Bigiogero…”

Alberto Bigiogero: “Ero in compagnia di Giuseppe Uva, la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 quando, un po’ euforici, abbiamo transennato una via di Varese deviando praticamente il traffico lì nel centro di Varese. Quando siamo stati fermati da unagazzella dei Carabinieri il signor Uva è stato scaraventato per terra e poi, in un secondo tempo, è stato scaraventato dentro l’auto e preso a pugni, io sono stato scaraventato dentro una pattuglia della Polizia, dentro una volante della Polizia, siamo stati portati nella caserma di Via Saffi a Varese e questi due Carabinieri si sono.. un Carabiniere in particolar modo l’ha massacrato di botte in caserma insieme ai suoi colleghi e mi dicevano: “dopo arriva anche il tuo turno”. Al che, quando finalmente mi sono trovato da solo, ho chiamato il 118 implorandolo di venire in soccorso, perché un mio amico veniva massacrato, mi hanno detto che in caserma non potevano intervenire, è arrivato un soggetto con dei tratti asiatici, sembrava quasi cinese, con una borsa forse da medico e da lì il mio amico Beppe ha smesso di gridare: questo mi ha fatto sentire veramente sollevato come non mai, perché ho pensato che hanno smesso di pestarlo.”

Carmela Uva: “Io sono l’altra sorella di Giuseppe Uva, per il quale, il giorno 14 giugno 2008, mi era arrivata una telefonata alle ore 7:20 del mattino. La prima cosa che ho fatto, ho chiesto: “che cosa è successo?”, dice: “niente signora, guardi, è stato prelevato suo fratello dalla strada in condizioni proprio atroci”, solo che questo dottore qua insisteva e voleva sapere se mio fratello faceva uso di droghe, se si drogava. So che mio fratello poteva essere un barbone, come lo chiamavano, poteva essere uno di strada e aver fatto qualunque cosa, ma che si drogasse a noi non è mai risultato. E gli ho detto: “guardi, appena mi affretto vengo su”; “sì, sì, ma faccia pure con calma, perché tanto è qua tranquillo, adesso è sedato, non c’è nessun problema”. In quel momento lì arriva questo dottore e ci fa entrare nello studio e gli ho chiesto: “scusi, ma mio fratello dove è?”, dice “eh, signora, stia calma, è di là, tutto..”, “no, no, vogliamo vederlo”, “”. Ci porta di là, quando siamo entrati in quella stanza guardi, una roba… non ci sembrava neanche nostro fratello: aveva la testa con sotto quattro cuscini, aveva un lenzuolo, era coperto da un lenzuolo, una flebo e russava in un modo che praticamente non era russare, perché lì c’era qualcosa che lui.. ormai lo stava lavorando la morte. Io ho fatto per avvicinarmi e lui mi ha fermato, questo dottore e mi ha detto: “no, signora, guardi, non si avvicini, perché dorme”. Ho detto: “dottore, ma così dorme? E’ normale?”, dice: “sì, sì, è stato sedato, non si preoccupi che nel pomeriggio in tre o quattro ore si sveglia e potete chiacchierare quanto volete”. “ Ok”, ho detto a mia sorella: “senti, ormai è mezzogiorno, stai calma”, le 11: 30, erano le 11: 00, vengono fuori e mi fanno: “signora, si accomodi” gli dico “dottore, cosa c’è?”, dice l’altro dottore: “purtroppo abbiamo fatto di tutto, abbiamo fatto l’impossibile, ma non c’è stato nulla da fare”, gli ho detto: “scusi, dottore, ma di chi sta parlando lei?”, dice “ suo fratello è deceduto”.
Sono stata male e ho avuto proprio una reazione bruttissima, perché insomma, ti dicono che era sedato e stava dormendo, dopo un po’ escono fuori dicendo che era deceduto egli aveva ceduto il cuore, in quell’attimo lì gridavo come una matta. Ho detto a questo dottore: “è impossibile che sia morto per arresto cardiaco del cuore e dunque, a questo punto, chiedo l’autopsia”. Ce l’hanno fatto vedere e, quando l’abbiamo scoperto, ci siamo accorti che lui aveva delle botte, aveva degli ematomi, insomma non era messo in condizioni.. in quanto quell’altra mia sorella gli ha detto: “scusi, perché ha questa botta rialzata? Perché ha il ginocchio gonfio? Perché ha..?”, il dottore ci ha detto che lui aveva quella botta rialzata perché gli sono saliti addosso e erano in quattro per rianimarlo.

Lucia Uva: “E’ un anno e mezzo che sto cercando giustizia: questa giustizia che non si riesce a ottenere per il semplice fatto che un magistrato non è stato avvisato che mio fratello è morto! Mi chiedo il perché dei medici, dei bravi medici, come penso siano bravi, abbiano potuto somministrare a un ubriaco Tavor, En, Solfaren, quattro farmaci che gli hanno bloccato il battito cardiaco, come dicono loro e abbiamo qui il decreto dei dottori che sono stati indagati. Facciamo un’istanza a un magistrato dove chiediamo che venga fatta luce sul perché Giuseppe aveva tutti quegli ematomi, sul perché Giuseppe era tutto segnato, pieno di bottecon il naso rotto, con gli occhi.. botte alle gambe, costole inclinate, tutte queste cose che hanno messo tutto a tacere. Di Giuseppe si diceva che era drogato, spacciatore, si diceva di tutto e di più: ho fatto fare gli esami tossicologici e mio fratello non era né drogato né spacciatore. Sono arrivati gli esiti della dottoressa Kelly in ritardo, perché il mio avvocato non li ha fatti pervenire in tempo in Tribunale. Ho preso un altro medico legale di Bologna, dove ho fatto controllare l’autopsia di tutte le foto di mio fratello, perché anche i miei medici legali ritengono opportuno che venga rifatta l’autopsia sulle ossa, in quanto mio fratello aveva le ossicine del suo corpo rotte! E quello che mi dispiace è che un dottore abbia fatto la sua autopsia dicendo che aveva delle semplici escoriazioni, delle semplici bottarelle. Quest’avvocato mi ha preso in giro per un anno e mezzo: era d’accordo con delle persone che doveva tacere tutto, perché non è mai stato fatto un interrogatorio né al ragazzo che era insieme a mio fratello, né io sono stata mai chiamata e non abbiamo mai avuto risposte. Si è chiuso il primo caso dove si dava la colpa ai dottori, ok. Adesso abbiamo aperto un nuovo procedimento penale, dove la dott.ssa ancora non ci ha dato il permesso di entrare a poter leggere il fascicolo dove ci sono degli altri indagati ignoti, secondo loro. Di chi lo ferma per strada, lo porta in Caserma ci sono i nomi, ci sono le testimonianze, c’è tutto e nessuno sa che cosa è successo a Giuseppe! “Giuseppe sbraitava, saltava, era indemoniato, si picchiava da solo”, ma per picchiarsi da solo non penso che con un bastone si sarebbe martoriato una mano, si sarebbe martoriato il suo naso e tutto il suo corpo: non credo, perché conoscendo mio fratello non era un autolesionista! Voglio sapere dal magistrato, che ha avuto il caso dal primo momento, che cosa è successo quella notte: voglio sapere la verità e lei, signor Pubblico Ministero, me la deve dire! E così compresi quei padri di famiglia che portano la divisa, che da loro dovremmo essere difesi e non massacrati, perché sono sicura che quella notte Giuseppe è stato massacrato! E chiedo che venga fatta giustizia, giustizia!! Pino e tutti devono essere.. devono avere riposo, perché hanno bisogno di riposare, ma non morire così! Abbiamo dei figli e, signori con la divisa, dei figli li avete anche voi: pensate un po’ a se dovesse succedere a voi quello che è successo a noi, che una sera dei vostri colleghi fermino dei vostri figli che non riconoscono! Continuerò a lottare per sapere che cosa è successo a Giuseppe e a tutti quei ragazzi, tutti, a incominciare da Stefano, Federico, Marcello, tutta questa gente che muore per un arresto cardiaco: chissà perché! Mi chiedo il perché! Alle favole non ci credo più, ormai ho 50 anni e ho smesso di credere alle favole quando avevo 6 anni: voglio sapere perché Giuseppe è morto!

La “tessera dei blog”

Comma 9, articolo 3: ancora una volta un ddl viene partorito con parole che delineano una improbabile forzatura sulla libertà di espressione online ed ancora una volta la sommossa scende in piazza urlando contro il bavaglio. Ancora una volta, però, arrivano le smentite e l’impegno affinché l’imponderabile possa essere evitato. Nasce tutto con il nuovo ddl presentato da Angelino Alfano per regolamentare le intercettazioni. Già caldo di per sé a causa delle vicende che coinvolgono il Presidente del Consiglio, il ddl nasce con una aggravante: un comma nel quale si va ad imporre una responsabilità particolare per tutti coloro i quali gestiscono uno spazio personale online (blogger e non solo), i quali sarebbero costretti a pubblicare immediate smentite nel caso in cui nascessero contestazioni per i contenuti pubblicati. La pena sarebbe pecuniaria e tale da portare l’utenza ad un generale silenzio per il rischio di incappare incautamente in qualsivoglia denuncia. La matrice è la medesima già vista più volte in passato: ogni spazio online viene omologato ad uno spazio di informazione giornalistica ufficiale ed in quanto tale viene parificato ad un prodotto editoriale con tanto di redazione e direttore responsabile (con obblighi di rettifica entro 48 ore, pena una sanzione fino a 12 mila euro). Una nuova “ammazza blog”, insomma, contro cui si sono schierate varie associazioni oltre all’on. Di Pietro («Berlusconi ha scoperto che non gli bastano i Minzolini e i Feltri. Può controllare tutte le televisioni e condizionare i giornali, come è riuscito a fare sino a pochi mesi fa, fino a far rimuovere i direttori che non lo osannavano abbastanza. Ma se non controlla la Rete è fatica sprecata»), l’on. Vita («Berlusconi ha l’ossessione delle intercettazioni telefoniche ed é un fatto che va oltre la politica, come é evidente. Nel testo che il governo si accinge a ripresentare sembra profilarsi di nuovo anche la norma liberticida sulla rete: su rettifica e quant’altro») ed altri ancora. Ancora una volta, però, è l’on. Cassinelli a spegnere le fiamme prima che divampi l’incendio: «Non c’è nessuna volontà di soffocare la libertà della rete, ma forse poca sensibilità nei confronti del fenomeno col quale vogliamo rapportarci». Cassinelli nega pertanto qualsivoglia volontà di imbavagliare la Rete e ripropone pertanto una proposta di legge rimasta nel cassetto per oltre un anno: «Alcuni colleghi hanno ritenuto di aizzare le piazze ed urlare alla censura di Stato. Avendo già avuto occasione di confrontarmi con la rete, personalmente preferisco portare a termine quel lavoro mantenendo un tono più pacato e concentrandomi sulla necessità, incontestabile, di modificare un testo potenzialmente dannoso». La protesta avrà probabilmente luogo, ma sarà affiancata anche dall’iniziativa sul campo per la rimodulazione del ddl. Il bavaglio non verrà approvato, insomma, ma per l’ennesima volta si è riaffacciato alla rete italiana configurando un pericolo ingenuo e deleterio.

Fonte: Roberto Cassinelli

Via Sole24Ore

Immagine: blog_informazione_online

…farebbero tutti silenzio

Fu picchiato dalla polizia, 150 ultrà al via del processo

Sono venuti da Cava dei Tirreni, Padova e Bergamo. C’erano anche gli ultrà dell’Hellas. Erano in 150 tifosi con i vari colori della loro squadra. Ma ieri fuori dall’aula del tribunale vestivano un colore solo, quello della solidarietà a Paolo Scaroni. Appariva inverosimile ieri nel cortile del tribunale che tifosi tradizionalmente ostili sugli spalti con cori, sfottò e perfino scontri, si ritrovassero davanti ad un’aula di tribunale a stringersi la mano per uno di loro, picchiato dagli agenti della polizia. C’era anche lui, Paolo Scaroni, vittima di quella domenica d’inferno, arrivato a Verona da Brescia coi genitori, tutti costituitisi parti civili. Magro, zoppicante, con un lievissimo disturbo nel linguaggio, Paolo ha sempre avuto vicino i suoi amici da quando è successo quel pestaggio cinque anni fa. Fin dal tempo del ricovero in borgo Trento, i tifosi del Brescia lo incoraggiavano con cori e canti sotto le finestre della stanza dell’ospedale. Ne ha prese tante, dicono le carte processuali, il 24 settembre 2005. Gli hanno sfondato il cranio. «Affondamento temporale destro», riporta esattamente il capo d’imputazione, «Stavo salendo sul treno dopo aver preso un panino da Mc Donald’s alla stazione. Ero solo, mi hanno buttato a terra a pancia in giù e mi hanno colpito coi manganelli» ha ribadito ieri. E ancora: «Quando mi sono rialzato sono salito in treno mi sono messo le mani nei capelli e ho visto che erano piene di sangue. Sono entrato in coma e poi il buio». Buio sulla sua vita: «Non ricordo nulla della mia adolescenza». Buio sul futuro: «Menomazione della funzionalità degli arti, gravi difficoltà nella favella», recita il capo d’imputazione. Buio anche sull’amore: «La mia compagna mi ha lasciato. Perchè? Lei continuerebbe la relazione con un invalido?».
Da ieri agli agenti imputati Luca Iodice, Antonio Tota, Massimo Coppola, Michele Granieri, Bartolomeo Nemolato, Ivano Pangione, Valdimiro Rulli, tutti appartenenti alla polizia di Stato in servizio al VII. reparto mobile di Bologna, si è aggiunto anche il collega Giuseppe Valente. Anche lui deve rispondere come i suoi colleghi di lesioni oltre che a Scaroni ad altri 22 tifosi del Brescia. Ci sono anche le aggravanti: le aggressioni sono state commesse da più di 5 persone. E ancora: sono state utilizzate armi. E l’ultima: gli agenti hanno violato «i doveri inerenti la funzione di pubblico ufficiale» è l’accusa.
È stato il collegio a dirottare l’ottavo imputato nel processo con gli altri colleghi nell’udienza lampo di ieri davanti al tribunale, presieduto dal giudice Dario Bertezzolo (a latere Silvestrini e Ferraro). Nessun disordine con la polizia e nessuna tensione fuori dal tribunale. In aula, c’erano solo Paolo Scaroni e i genitori, assistiti dall’avvocato Alessandro Mainardi e alcuni testimoni. Torneranno venerdì quando il processo continuerà davanti al collegio presieduto da Marzio Guidorizzi.
Quando l’udienza è finita, Paolo è uscito dall’aula tra gli applausi dei tifosi presenti che in coro urlavano «Vogliamo giustizia» e «Paolo sempre con noi». È uscito anche l’avvocato degli 8 agenti di polizia, l’avvocato Maura Rosciani di Ancona. «Non ci sono elementi agli atti che attestino la responsabilità dei miei assistiti», ha attaccato. E a chi ha avanzato sospetti su possibili intralci posti dalla stessa polizia alle indagini, il legale ha replicato che «non ci sono stati nè insabbiamenti nè depistaggi». Pronta la controreplica dell’avvocato di parte civile, Mainardi: «Si vede che Paolo si è fatto male da solo».
Nell’inchiesta resta un interrogativo. Gli imputati, sono solo agenti. Mancano, invece, i dirigenti della polizia che hanno dato l’ordine di caricare nella stazione di Porta Nuova. «Ora», dice Scaroni, «sono invalido al 100 per cento. E mi chiedo sempre: perché?».

PS. Nella mia città… c’è una malattia che non va più via…

Fonte: Arena.it

Caso Aldrovandi: “La Questura ordinò di manipolare la verità”

Bologna: in 233 pagine viene motivata la sentenza che ha confermato la condanna dei quattro poliziotti: “Fu omicidio colposo, il ragazzo colpito con violenza gratuita, senza nessuna regola“. Poi i riferimenti ai superiori degli agenti e al primo pm che si occupò del caso
“Non avere voluto squarciare il velo della cortina di manipolazioni delle fonti di prova, tessuta sin dalle prime ore di quel 25 settembre 2005, getta una luce negativa sulla loro personalità”. È una sentenza che sembra accompagnare la condanna penale a una morale. Sono 233 pagine la cui lettura è un pugno nello stomaco per chi ha sempre chiesto verità e giustizia sulla morte di Federico Aldrovandi. E i giudici della corte di appello di Bologna, che lo scorso 10 luglio hanno confermato per i quattro poliziotti la condanna di primo grado a tre anni e mezzo per omicidio colposo, non fa sconti.
E non solo per quanto riguarda le responsabilità affibbiate a Paolo Forlani, Enzo Pontani, Monica Segatto e Luca Pollastri per la colluttazione che portò alla morte il ragazzo di 18 anni, ma anche per quanto concerne il comportamento di parte della questura di Ferrara, protagonista di “attività di falsificazione e distorsione dei dati probatori poste in essere sin dalle prime ore successive all’uccisione di Aldrovandi”.
Il giudice Daniela Magagnoli non si fa remore di definire “manipolazioni” quelle “ordite dai superiori” dei quattro agenti. Manipolazioni che però non escludono la responsabilità degli imputati, che anzi, proprio perché “pubblici ufficiali, privi di precedenti disciplinari, sono portatori di un ben diverso onere di lealtà e correttezza processuale rispetto ad un imputato “comune” e avrebbero dovuto portare un contributo di verità”.
Di più. “Lo stesso “onorevole stato di servizio” dei quattro ben lungi dal costituire un elemento attenuante, connota negativamente la loro condotta, improntata alla violenza ingiustificata prima e alla dissimulazione del vero poi, comportamenti che non hanno evidentemente trovato freno nello stato di servizio sino a quel momento immacolato”.
I giudici di secondo grado non risparmiano nemmeno la pm Mariaemauela Guerra, il primo magistrato incaricato del caso (e che ha querelato la madre di Federico e alcuni giornalisti per presunta diffamazione aggravata nei suoi confronti), parlando di “indagini preliminari iniziate nella sostanza vari mesi dopo i fatti e in seguito alla sostituzione del primo sostituto procuratore”.
È una seconda rivincita per Patrizia Moretti, che rimarca come “questa sentenza sottolinea chiaramente quanto sia stata importante l’opera di depistaggio attuata in fase di indagine. La questura di Ferrara ha avuto una parte importante nell’indagine e nel processo, nel quale abbiamo assistito a testimonianze false, inattendibili, lacunose, fuorvianti, come riconosce la corte d’appello”. Diventa quasi secondario allora per la madre del giovane ricordare come i giudici descrivono il comportamento degli agenti, che hanno “scelto di porre in essere un’azione di contenimento e di repressione non necessaria nei confronti di un soggetto che aveva invece bisogno di trattamento terapeutico”. Difficile però parlare di aspetto “secondario” se si scorrono le ultime pagine delle motivazioni, che descrivono come i poliziotti misero in atto una “manovra di arresto, contenimento e immobilizzazione condotta con estrema violenza e con modalità scorrette e lesive, quasi i quattro volessero “punire” Aldrovandi per il comportamento aggressivo tenuto nel corso della prima colluttazione”. Il film di quel 25 settembre non è finito. La Corte continua deplorando l’intervento che “si stava trasformando in un autentico pestaggio”, in una accettazione di “violenza gratuita, assolutamente vietata dalle regole”. Il caso Aldrovandi però non finirà qui. Le difese hanno già annunciato il ricorso in Cassazione. E in un eventuale terzo grado di giudizio la linea sarà quella dell’appello: “Non viene chiarito – spiega l’avvocato Bordoni – quale comportamento alternativo i quattro imputati avrebbero dovuto porre in essere in quelle condizioni (alle 6 di mattina, in strada, contro un ragazzo di 80 chili alterato) e fino a quando non si accerterà chi gravava sul corpo di Federico e da chi è stata esercitata la pressione letifera, non si potrà attribuire una responsabilità”. Forse però all’avvocato Bordoni hanno già risposto i giudici di appello: “Le immagini di Aldrovandi sono agli atti e sostenere cose diverse non è possibile”.
Fonte: il fatto quotidiano
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