Una banda di amci in giro per la Scozia…

“Leith, si chiama così il quartiere dello stadio Easter Road, quello dell’Hibernians. Edimburgo in questa zona appare lontana, decisamente lontana dalle luci e dal fasto del centro. La città è perfettamente divisa in due, a sud la parte vecchia, a nord, quella nuova. Ma Leith sembra non appartenere né all’una, né all’altra. Siamo in periferia, verso il porto, i classici mattoncini rossi la fanno da padrone e ad ogni angolo ti aspetti che spunti Michael Renton inseguito dalla polizia scozzese; non è difficile capire che questo è il regno della working class. Lo stadio, noi profani lo definiremmo “inglese”, ma non fatevi sentire da quelli che ogni sabato lo riempiono. L’Hibernians, oltretutto, nasce nel 1875 come squadra di emigrati irlandesi, ma i colori sociali sono rimasti l’ultima testimonianza di un passato, appunto passato. Attorno allo stadio si respirano fierezza e tradizione in egual misura. Lo stile è assolutamente british: in rigorosa fila ad ogni entrata, a vedere gli Hibs che giocano contro il Falkirk c’è gente di tutte le età, di tutti gli strati sociali, di tutti i sessi. Noi arriviamo in un sabato gelido di fine novembre; più o meno allo stesso orario gioca anche la nazionale scozzese di rugby, quindi lo stadio non è pieno: circa 15 mila presenze. In due metri quadrati troviamo botteghino e tornello, riusciamo ad entrare nel settore più popolare, la “nostra” curva (piccola parentesi per Morfino, il biglietto costava 22 pounds). All’interno, quello che ci aspettavamo: fumo e alcol sono banditi, di recinzioni neanche l’ombra, gli steward sono seduti con le spalle rivolte al campo, neanche uno striscione. Pochi cori, “secchi e cazzuti”, alcuni dei quali inneggiano ai giocatori simbolo. Pur essendo lontanissimo dal nostro concetto di stadio, l’atmosfera è elettrica allo stesso modo. Alla nostra sinistra poche centinaia di tifosi ospiti, qualche coro e molti fischi, uno di loro viene portato via dalla sicurezza. Quasi tutto lo stadio segue la partita seduto, noi e buona parte del nostro settore la seguiamo in piedi partecipando al rituale di casa: quando gli Hibs vanno all’attacco si sale sui sediolini. È accaduto così anche sull’azione del primo gol. Un attimo e ti ritrovi abbracciato ad un energumeno che ti urla nelle orecchie la sua gioia, anche questa in perfetto stile british: “C’moooon!!”. Nell’intervallo scopriamo che allo stadio gli scozzesi bevono brodo. Sì, è proprio brodo e tra l’altro anche buono. Definire minimal “the toilets”, alle spalle del settore, significherebbe usare un eufemismo. Le pareti sono divise in senso orizzontale di bianco e di verde, il pre partita lo si espelle semplicemente vicino al muro, alla base del quale c’è un “solco” sul pavimento che lo raccoglie. Quattro pareti che magari, se potessero e soprattutto se volessero, ne avrebbero da raccontare…
All’uscita ci fermiamo in un pub, dato che per la prima volta dal nostro arrivo è passata ben più di mezz’ora dall’ultima birra. Entriamo nell’ “Albion Bar” e subito ci viene in mente uno dei più grandi pensatori del Novecento Cherokee. Lui avrebbe detto: “Scusate se siamo venuti nel vostro paese”. Noi, invece, non possiamo farlo. Ci guardano, ci squadrano, ci commentano, perché non siamo né scozzesi, né tifosi degli Hibs o forse perché hanno capito che con noi c’è qualcuno che puzza….Il “bar” è semplice e pieno di gente che ha fatto del bicchiere un’altra parte del proprio corpo. In un angolo in alto c’è una maglietta verde con una stella ed una scritta bianca: “Free Republic of Leith”, una frase che racchiude tutto il senso del luogo,come dire “noi non siamo europei o britannici, forse non siamo nemmeno scozzesi o di Edimburgo, siamo di Leith, punto”.
Stavo pensando proprio a tutto questo prima di perdere l’aereo che ci avrebbe riportato in Italia, ma questa è un’altra storia…”

